Il vecchio sedeva sulla panca di legno, aderente al muro.

Aveva novant'anni, era nato e vissuto sul Po e di mestiere faceva il pescatore.

Ora si era tratto in secca, aspettava Ii, all'asciutto, incollato al muro rovente, nel sole d'agosto.

Così raccontava: "Ho vissuto sul Po tutta la vita; non ho mai saputo nuotare, ma io, sulla barca, guardavo l'acqua e capivo quando cambiava colore, movimento, increspatura, odore, suono: allora, mi tiravo, con la barca, aderente alla riva; sapevo come fare e non mi é mai successo niente". Il Po che allaga, il Po che travolge, inghiotte, sommer ge.

"No" disse "lo la guardavo l'acqua, la conoscevo. Non é necessario sapere nuotare, é necessario onoscer lo il fiume, sapere leggere i segni, sapere guardare l'acqua in faccia e manovrare bene la barca."

Il volto dell'acqua é il volto di Soarza, delle sue case, delle sue terre, larghe come il mare; dei suoi cieli di fuoco o di pastello; delle sue notti fonde o bianche come le lune, che sono immense, da queste parti.

É terra di sillabario, tenera e innocente quando tutti i ciliegi, i meli, i peschi sono fioriti e i prati vestiti di viole e di fiori gialli; é terra ampia, ricca e generosa quando i grani, i pomodori e tutti i frutti la gravano con la loro abbondanza.

É terra livida quando le nebbie si addensano; é terra dura e buia quando gli inverni infiniti la gelano e la inghiottono.

Poi, con la primavera, di nuovo é "il giardino dei ciliegi": ritornano la luce, il tripudio, la vita.

Morte e vita: non ci sono mezze misure da queste parti.

Come é la terra, così é l'acqua, così é la gente: in questi luoghi si esplode in festa o si muore; forse, si esplode per non morire.

La festa, i balli, le risa, i canti, gli amori, i giochi e gli scherzi; gli odi, le guerre, le discussioni e le polemiche a non finire, l'abbondanza: tutto qui é all'eccesso.

Se no, é carestia, é nebbia, e notte buia, é paura, é l'acqua del Po che minaccia straripa; é il sole che brucia e la luce che acceca.

Giuseppe Verdi é nato qui e qui ha vissuto.

Può capitare, girando intorno, di incontrarlo dipinto gigante sulla facciata di qualche modesta casa, impastato nell'intonaco, un nume tutelare che dalla parete testimonia una passione senza misura, un amore totale, dichiarato senza sussurri e senza riserve. 

Giuseppe Verdi andava per queste terre, che in buona parte erano sue; percorreva gli argini che cingono i campi, le boschine e il corso dell’acqua.

Visse con questa gente che parla dentro la sua musica e nelle passioni dei personaggi, nelle zingare e nelle streghe che, nelle sue opere fanno profezie e incantesimi e ricordano il mistero del fiume, dell'acqua che porta vita e semina morte.

Nell’ouverture de "la forza del destino" é sintetizzato il racconto di questi luoghi.

Il sogno é incalzato dalla tempesta.

L'amore impossibile é narrato da questa musica che é danza, tripudio, idillio e, ad un tempo, é minaccia, guerra e morte. A tratti, il suono evoca la dolcezza di paesaggi naif, é danza lieve di zufoli e zefiri, é canto di primavera e di pace; ma la minaccia, dal sottofondo, sale montante come un vento che increspa, come l'acqua che cresce.

L'inferno e il paradiso in questi luoghi vivono l'uno dentro l'altro, come nel dramma Verdiano, ove l'amore e il tripudio hanno in sé l'annuncio di morte.

Amore e tenerezza, qui, sono miti, sembrano miraggi, inseguiti con ostinazione e con rabbia, più che realtà possibili.

La guerra e la sfida appartengono al costume del luogo dove la regola é soccombere o combattere, perché l'acqua é più forte.

Come ne "la Vergine degli Angeli", in questa terra, il lirismo sgorga come preghiera, come estremo abbandono di ogni sfida, come sfinimento e resa, come implorazione di pace e di protezione, da cercare oltre gli orizzonti, pur vasti, di questi posti. È preghiera ad un Dio che soccorre, più forte del fiume.

Questa é terra di baccanale, é terra di Dioniso; l'interminabile gioco delle carte, gridato nei passaggi concitati, la beffa irridente: sono lampi di luce, ad illuminare il buio che fa paura quando s’impossessa di questi spazi ampi, che non hanno confine.

Dentro queste terre invernali, dove non c'é limite al buio, all'acqua, alla nebbia che tutto confonde, corre il brivido del terribile, come nella musica Verdiana.

Qui ci si può confondere perché, quando i ciliegi sono fioriti, é il Paradiso Terrestre e si dimenticano le donne e gli uomini che vi lavorano con il sudore e con la rabbia, con l'ostinazione e la tenacia, con la gioia e la disperazione, impastati insieme.

 

Mia madre era una donna di Soarza, per questo ne scrivo.

 

Mimma Maffi

‘’Amici di Soarza’’

 

 

 

 

               Gente di Soarza