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PROLOCO AMICI DI SOARZA |
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Soarza e il suo dialetto…... |
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La Cumpagnia “ I SFARSEN” |
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Soarza ha avuto da sempre un rapporto speciale con tutto ciò che ha riguardato il teatro e le sue espressioni. Senza andare con la memoria ai tempi dei carri di Tespi (compagnie di giro spesso a carattere familiare o comunque artigianale, che a Soarza, si dice, trovarono sempre un terreno particolarmente favorevole e disponibile), di quel che significò il teatro per il nostro paese, basti ricordare il periodo tra le due guerre, quando la filodrammatica sia maschile che femminile (pochi, si ricorda, gli esempi di teatro promiscuo…!) ebbero gran seguito, facendo vivere alla comunità momenti di vera cultura e dando anche origine a tutta un’aneddotica (Pierino posa il cestino e passa dall’altra parte...! oppure Rino dal pustèñ che stracciava il copione giurando e spergiurando che mai e poi mai, mai più avrebbe più recitato, salvo poi essere il primo a presentarsi alle prove!…), che forse varrà la pena in futuro indagare. Le commedie, rappresentate o nel salone dell’oratorio, regno incontrastato del Monsignore, o in quello dell’asilo dalle suore, erano momenti forti per il paese, momenti di grande vitalità e di decisa capacità di coesione. Di quei tempi si ricordano anche le gare tra filodrammatiche di paese e, sempre si dice, che Soarza non mancava mai di primeggiare in questi concorsi voluti dal regime di allora, ma sicuramente capaci di entrare nella sensibilità comune. Soarza primeggiava, forse perché i suoi attori si portavano dietro e quindi anche in scena, la loro soarzesità, che è poi quel modo di intendere le cose un po’ polemico e vagamente istrionico che caratterizza da sempre la gente di qui. Si dice che sia caratteristica della gente che è nata sui fiumi, terra di confine quindi, dove gli artifici per sopravvivere tendono a moltiplicarsi per necessità e per attaccamento alla vita. Può essere. Anche questo sarebbe da approfondire. Quindi, se la quotidianità già tendeva ad essere rappresentazione, il legame tra il paese ed il teatro è subito spiegato. Basti dire che a metà degli anni cinquanta, la voglia di giocare a fare teatro era tale e tanta, che si pensò di recuperare il portico dell’asilo e di trasformarlo in un vero e proprio teatrino, con le quinte, il sipario che ancora è conservato, le luci, le poltrone: una cosa seria, quindi, per consentire rappresentazioni in costume, piccoli varietà, qualche rivista e perfino (chi scrive lo ricorda vagamente) un’improbabile Giulietta e Romeo, dove l’elmo di un Capuleti era surrogato da un incredibile casco da motociclista...! Inevitabile quindi che, in un processo che ha portato a reinventare la sagra, il teatro trovasse uno spazio di rilievo. Per alcuni anni “la cumédia” del sabato sera è stato un appuntamento irrinunciabile. Come nacque? Per le esigenze vitali cui si accennava seriosamente prima, ma forse anche smaccatamente per caso. Per un semplice, fortuito caso! Per la cronologia degli avvenimenti andati in scena, si rimanda alla scheda relativa. Qui vale la pena ricordare l’essenza del processo. Il teatrino dell’asilo, nel corso degli anni, aveva perso la sua agibilità per mancanza di materia prima…di attori insomma. In qualche modo per piccole rappresentazioni si ricorreva allora al salone all’interno dell’asilo, dove in occasione di qualche ricorrenza particolare si riusciva, con l’intervento di alcuni volenterosi che covavano dentro la “fiammella dell’arte”, a mettere in piedi scenette ed intrattenimenti vari, qualche monologo e tanta voglia di stare insieme. La sagra di fine maggio era nel frattempo partita. Bisognava riempire in qualche modo anche il sabato sera. La manifestazione si svolgeva nel cortile del Palazzo ed i gradini della scala d’ingresso, con quella magnifica magnolia a fare da quinta naturale, si prestavano perfettamente a rappresentazioni sceniche. Semplice fu, sulle prime, andare a reclutare artisti esterni: ancora si ricorda l’ipnotizzatore capace di far “scottare” il sedere ai soliti volontari, o il mago prestigiatore che riusciva in un gioco su due e come polvere “magica” utilizzava una manciata di sale fino, o il bravissimo musicista da piano bar capace di dare atmosfera ad un cortile di gente affamata! Poi, il caso: perché non fare con le nostre forze, senza aiuti esterni? Ecco la soarzesità che avanzava, irrefrenabile come sempre! Detto, fatto. Vennero recuperate in una sera le poesie in dialetto che avevano rappresentato un pezzo di storia del paese: Nando‘d Pudaia con la poesia del reginetto, Mirco con quella del “crot”, Giancarlo ad Sapeer con “Al sücòñ contra ‘l palòñ”. Un successo! Dovuto a cosa? Alle poesie? Al dialetto? Al fascino coinvolgente dell’ambiente e della serata? Alla bravura degli interpeti? A tutto questo insieme? Forse. Ma non va sottovalutata la grande, grandissima disponibilità che la gente ci mise nel rendersi parte attiva nell’ascoltare e nel partecipare. Perché se uno spettacolo ha successo, ciò lo si deve molto anche all’atteggiamento positivo della gente che interviene. E da questo punto di vista la gente di Soarza non è seconda a nessuno, al punto da riuscire a coinvolgere in questo processo anche i forestieri. E quello fu l’inizio. La storia è poi recente. La prima vera “cumédia” fu “La Fiorina ‘d Pasquàl”, un furto linguistico (ci sia consentito il termine un po’ forte!) fatto ad un gruppo d’amici di Cremona che aveva tradotto in dialetto cremonese questo testo di Ruzante. La trasposizione in dialetto soarzese fu operazione abbastanza semplice, come del resto l’ambientazione contadina e la ricerca dei costumi. Un poco più complessa l’armonizzazione artistica, anche per la difficoltà tecnica di dover recitare in un ambiente aperto senza particolari aiuti sonori. Un successo, comunque. Ancora! Perché fermarsi quindi? Il teatro, il sabato sera, sembrava essere un articolo che tirava. E allora, dai! Il gruppo teatrale, sotto la denominazione “I sfarsèn”, propone alcune farse, sempre in dialetto come “A scòla ‘d chitara” o “Par cùlpa ad dü garŝóñ”. E poi, finalmente, un testo vero e proprio, “Che stramulòn!” in due atti, con tanto di costumi, cambio scena, giochi di luce come nel teatro vero. Il gioco consisteva nel trasportare in dialetto soarzese un testo qualsiasi da recita oratoriale, curarne l’ambientazione dalle nostre parti, calarne gli aspetti logistici nella realtà nostrana e affidare il resto alla bravura degli interpreti, capaci di portare in scena la loro genuina origine soarzese. Il gioco era di soddisfazione, per chi saliva sul palco e per chi dalla platea ne seguiva lo svolgersi. Valeva la pena spingersi ancora oltre. Ecco la rivisitazione in chiave dialettale nostrana di farse storiche del teatro dell’ottocento, con “Al dutùr grataröla” e “La cumpagnìa dal cucù”, da ricordare non solo per il testo, ma anche per la realizzazione scenica e la ricerca per i costumi di scena, operazioni sempre svolte su fonti e materiale trovati in paese. A questo si aggiungeva una ricerca marcata ed efficace delle espressioni dialettali, così da rendere sempre più vicino lo spettacolo alla sensibilità del paese. Con “Padroñ tüt, padroñ añsoñ”, la prova del fuoco di una commedia “borghese” del primo novecento. Il gruppo è ormai maturo per un’operazione simile: possiede ritmo, senso scenico, capacità di caratterizzazione e padronanza dello spazio. Se gli spettacoli degli “Sfarsèñ” girano anche in paesi limitrofi, una ragione ci sarà! Il gruppo trova dentro se stesso le energie vitali, ogni partecipante porta in dote la sua idea del paese: bisognerebbe citarli tutti ed anche qui si rimanda alla scheda relativa, ma perché non citare Giuseppe, capace di spunti eclettici di sottile ironia; la Mirella, vera rivelazione per tempo scenico, presenza, vis comica e temperamento; Giovanni, raffinato caratterista; la Karin e Fabio, i giovani, con un entusiasmo travolgente, e poi la Lina ‘d Pirulìñ e Vico, e tutti gli altri che si sono succeduti sul palco. E bisognerebbe ricordare anche tutti coloro che ruotavano attorno allo spettacolo, da Renato “Bandulèñ”, tecnico delle luci, pronto a trovare le soluzioni più efficaci secondo le esigenze del copione, ai vari suggeritori che nel buio del teatro durante le interminabili prove e dietro le quinte, al momento dello spettacolo, davano garanzia e sicurezza. Bisognerebbe pure aprire il libro dei ricordi e degli aneddoti, ma la paura che tutto si sciolga nel rimpianto è troppo forte. Meglio pensare che il teatro a Soarza, ufficialmente si è preso solo una pausa di riflessione: che non è mai finito. Del resto basta passare in paese un momento, in un qualsiasi momento. Il vero teatro, quello della vita, quello che conta, è sempre vivo e vivace; basta saperne cogliere l’essenza: Soarza e i soarzesi sono lì anche per questo.
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